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martedì 14 marzo 2017

Lettera di una madre

Le barbarie subite dalla maggior parte dei migranti che cercano soltanto di vivere una vita dignitosa, creano delle ferite indelebili molto più profonde di quelle fisiche, che si acuiscono con le violenze spesso inferte dal sistema di accoglienza italiano. In tantissimi ci raccontano quotidianamente le esperienze tragiche della Libia, del deserto, della traversata, momenti in cui molti perdono per strada qualcuno. Un viaggio in cui la morte è sempre presente e che crea solchi profondi dentro le anime di queste persone. 

Illustrazione di Francesco Piobbichi

martedì 7 giugno 2016

Ai confini dello spettacolo. A Roma, la mostra di Giacomo Sferlazzo

Materiali di scarto, oggetti dimenticati in un viaggio, in una fuga disperata, perduti tra i flutti del mare, tra la sabbia del deserto, tra la noncuranza e il silenzio. Munnizza.
Ogni comunità necessita di definire se stessa in relazione a ciò che scarta, ci ricorda Bauman. I migranti, gli esuli, i rifugiati rappresentano essi stessi uno scarto, elemento chiave del gioco vizioso delle nostre paure tautologiche, utilizzate ad hoc per alimentare e deviare la discussione mediatica. Nella cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza in cui tutti siamo nel e sul mercato, al tempo stesso clienti e merce, quello che tutti temiamo è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, scaricati. Gli scarti umani della nostra contemporaneità rappresentano dunque un bersaglio necessario su cui scaricare le ansie e i timori di una precarietà collettiva. Lo Stato, nell'ultimo esausto tentativo di darsi una definizione, un ruolo, raccoglie tali ansie, le alimenta e le sfrutta arruolandole come necessità primarie per riaffermare un’identità che viceversa è labile, inesistente.

Contro l'identità - Giacomo Sferlazzo - Ph. Andrea Kunkl