“Stiamo facendo il possibile con i mezzi che abbiamo”: una frase che sento ripetere al porto di Augusta, mentre centinaia di migranti toccano a piedi nudi la banchina, e subito un operatore della Protezione Civile corre a consegnare loro un paio di ciabatte; un ritornello che le Forze dell’ordine e gli impiegati comunali ripropongono continuamente, quasi a volersi scusare per il fatto che centinaia di minori debbano vivere in una ex scuola fatiscente per mesi, senza poter avere un’istruzione e la protezione che spetta loro di diritto. Sì, perché Augusta, comune di 34.610 abitanti in provincia di Siracusa, sciolto nel marzo 2013 per infiltrazioni mafiose, e attualmente commissariato, sta lottando per stare a galla, tra centinaia di arrivi via mare e una percentuale di persone malate di cancro ai polmoni del 20% superiore rispetto alle altre zone della Sicilia, a causa dell’ingente numero di raffinerie di cui la costa è cosparsa.